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DOMENICA 30 LUGLIO GLI INCONTRI CHE TI ASPETTI Questa mattina ero alla Tenda della Pace. Una domenica mattina soleggiata, calda, con poche persone attorno. Improvvisamente una folata scorre lungo la tenda: sono tante bandiere libanesi, il cedro verde e le due strisce rosse riportano immediatamente al sangue di questi giorni. Stamattina mi sono
svegliato ascoltando il radio giornale delle 7.00: “i caccia israeliani
all’una di questa notte hanno colpito Cana, Libano del Sud, 60
civili morti, molti i bambini”. Notizie da macinare dentro, nel
silenzio e nella preghiera incessante. Ascoltavo,
e intanto guardavo gli occhi rossi di due donne velate ad un
passo da me. Prego. Li accogliamo: “Entrate, facciamo un cerchio
di sedie”. Ricordo
di aver riflettuto su questi numeri venerdì sera, prima di decidere
come sintetizzare il dramma di questa guerra, per la serata conclusiva
in Piazza Castello con i ragazzi che avevano terminato la settimana
di condivisione all’Arsenale della Pace. Ernesto quella sera ci
disse: “nessun numero, è la sofferenza che conta…
fate in modo che le testimonianze che leggete quasi non si capisca da
dove vengono, se dall’uno o dall’altro fronte”. Continuo a vedere le lacrime delle due donne, ad ascoltare la rabbia di chi ho di fronte, mentre alcuni manifestanti espongono una maschera “indemoniata” di Condoleeza Rice… Intanto ripasso mentalmente i motivi per cui siamo lì, sono gli stessi per i quali apriamo l’Arsenale ogni giorno: è la nostra vita. Inizio a parlare: “Abbiamo innalzato questa tenda per chiedere con forza la PACE per tutte le popolazioni dell’area e per raccogliere aiuti umanitari da inviare al più presto. Questa Tenda non l’abbiamo innalzata contro qualcuno, ma per dire che rifiutiamo la logica della guerra e delle armi - che non dovrebbero nemmeno essere costruite - nonché la logica delle minacce e dei ricatti”. Ma nelle donne presenti c’è tensione, una di esse si alza e mi grida: “Tu non sai cosa significa essere sotto le bombe, non sai cosa significa subire l’umiliazione di dover fuggire con i propri figli dalla tua casa e tribolare per farsi accettare da un’altra parte, senza aver nessuna colpa! Noi siamo un popolo che da anni subisce soprusi e non possiamo essere liberi, perché, perché?!”. Piange e grida. Mi viene incontro il Vangelo che invita a piangere con chi piange, ma la sua rabbia non sente ragioni. Si alza e si allontana gridando: “Noi non abbiamo bisogno dei vostri aiuti, non abbiamo bisogno del vostro riso!”. Poi è la volta di altri due manifestanti italiani arrivati con loro, probabilmente appartenenti a qualche organizzazione politica: “Sappiamo chi siete e come la pensate, conosciamo la vostra logica, ma non potete dire che il popolo israeliano sia sullo stesso piano di quello libanese o palestinese. Siamo di fronte ad una macchina mediatica, prima ancora che bellica, che vuol farci credere che gli Hezbollah sono dei terroristi, mentre sono una formazione prima di tutto politica che difende un Paese aggredito”. Ho capito che non dovevo ribattere. La situazione in Medio Oriente è così intricata che tutti hanno torti da vendicare e ragioni da far valere. Per noi che stiamo alla Tenda della Pace - dove accanto a “basta guerra” c’è scritto “pace sì e comincio io” - più che la polemica o la dialettica vale fare gesti concreti di pace, come andar dietro alle lacrime di quella signora che si era allontanata dalla Tenda. Ho chiuso dicendo: “Se lei ci conosce sa che ci siamo sempre schierati contro ogni guerra e ogni atto di terrorismo, per noi la logica dei missili è sbagliata come quella dei bombardamenti”. Uno dei presenti invita tutti ad alzarsi e ad andare via, ma aggiunge: “Abbiamo capito che questa logica è la vostra missione, ma noi avremmo bisogno che le organizzazioni come la vostra dicessero con forza: “Basta Israele!”. “Ma apprezziamo quello che fate”. Ora cerco di andare a recuperare con la donna che si è allontanata con amarezza. La avvicino: “posso stringerle la mano?” - “La mia religione me lo impedisce!”. Allora cerco un modo consentito dalla sua religione per dirle che siamo solidali con lei. Penso lo capisca e ci salutiamo con più pacatezza. Simone
B. |